Partecipo ad un evento qui a Rimini organizzato da un’associazione di categoria, ed il tema trattato è di estrema attualità, ovvero l’emergenza abitativa in ambito locativo.
Tra i diversi ospiti presenti c’è un caro (e mi tengo basso) amico che risponde al nome di Andrea Napoli, ideatore e realizzatore di una delle aziende che erogano servizi per noi professionisti immobiliari.
Le due ore sono passate in fretta, ognuno fa il suo intervento (compreso Andrea) e poi arriva il “rompete le righe”.
Foto di rito come ogni buon evento vuole, ma nel mentre Andrea mi cerca con lo sguardo e mi fa cenno di avvicinarmi a lui: chiaramente lo faccio e mi ritrovo il suo nuovo libro in mano, ovvero “La Repubblica Della Casa”, con una sua splendida dedica nei miei confronti.
Essendo in un periodo della mia vita dove ho spesso il libro da leggere in mano, capirete che regalo più gradito non poteva farmi, e dopo un paio di giorni l’ho messo subito a regime.
Il libro dura ben poco data la mia “fame” di lettura, ma quello che mi ha portato a scrivere ed a raccontare in questo articolo che state leggendo è di una banalità e bellezza stupefacente: oltre che evidenziare tutte le criticità che a livello nazionale stiamo vivendo ed oltre a mettere sul piatto idee valide già sperimentate in altre città europee (Vienna piuttosto che Copenaghen per arrivare a Barcellona e Rotterdam), Andrea ha smosso in me un vecchio concetto che avevo acquisito nel mio percorso Crs anni fa, ed il concetto è molto chiaro, ovvero che la proprietà è privata (senza dubbio) ma dovremmo avere la moralità di metterla a disposizione della collettività (non gratuitamente, ovvio), e se così realmente fosse a livello sociale ci sarebbero benefici enormi, anche se poi la politica (o legislatore che dir si voglia) deve metterci molto del suo per svecchiare la burocrazia obsoleta risalente a 50 anni fa, e quindi non attuale alle esigenze di oggi.
Oltre questo concetto evidenziato da Andrea arrivo alla forma mentis che mi è stata “donata” dalla formazione anglosassone che ho sostenuto, ovvero che noi mediatori abbiamo altresì delle responsabilità nei confronti della collettività, siamo anche noi artefici (anche se in piccola parte) della rinascita di un quartiere piuttosto che del suo degrado, siamo in un certo senso delle sentinelle che non devono badare solo a vendere (e quindi saremmo dei méri venditori così facendo), ma devono intuire quali possano essere gli scenari futuri di un quartiere, dobbiamo essere sensibili ed attenti riguardo gli spazi che trattiamo, e questo perché la qualità della vita, la qualità della pulizia, dell’ordine e della vivibilità la determina in larga parte lo stato sociale che creiamo vendendo ed affittando.
Quindi, che ci piaccia o no, siamo tutti responsabili, nel bene e nel male.
Grazie Andrea!





